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15 dicembre 2020

Perché il triage al CRO è un sacrificio necessario

Triage al CRO

All’inizio di marzo il CRO ha stretto un patto con i suoi pazienti. Noi operatori investiamo ogni energia disponibile nel proteggere la sicurezza di quanti frequentano la struttura, per garantire la cura delle persone malate di tumore anche nelle fasi più acute della pandemia. Voi pazienti e le vostre famiglie accettate di sopportare alcuni sacrifici, per il bene vostro e della comunità fragile che il nostro Istituto accoglie e cura.

Sono arrivati così il triage obbligatorio all’ingresso, la mascherina universale, gli spazi di attesa contingentati, la sospensione di alcune abitudini e attività che impreziosivano la nostra assistenza sanitaria. Strutture e procedure sono evolute nel tempo, sono state accorpate in un unico grande punto di accoglienza, sono state migliorate anche grazie ai suggerimenti di chi le ha utilizzate. Dieci mesi dopo, con l’inverno che sferza l’attesa all’ingresso e indebolisce la pazienza, è il momento di fare un bilancio, per rassicurarci vicendevolmente nello sforzo – impegnativo, ma temporaneo – che insieme stiamo portando avanti.

Perché al CRO si fa il triage

I pazienti meno pazienti ci chiedono spesso: perché al CRO devo sottopormi per forza al triage, se negli altri ospedali mi fanno entrare senza difficoltà? Il Centro di Riferimento Oncologico è un ospedale specialistico: non ha il pronto soccorso, programma gran parte delle sue attività e di conseguenza accoglie un numero limitato di persone ogni giorno. Questo ci permette di affrontare quel controllo di massa scrupoloso che negli altri ospedali sarebbe insostenibile per numeri e per complessità. 

L’altro motivo consiste proprio nella nostra specializzazione: curiamo persone ammalate di tumore, ovvero persone che per le caratteristiche della patologia e delle cure che devono affrontare vivono in una condizione di risposta immunitaria particolarmente bassa. Di fronte alla minaccia di un virus che ha dimostrato di fare breccia soprattutto là dove le resistenze dell’organismo sono meno forti, è evidente che al CRO dobbiamo fare tutto il possibile perché quel virus non oltrepassi mai la porta del nostro Istituto.

Come si fa il triage al CRO

Ogni giorno, qualunque persona debba per qualsiasi motivo entrare al CRO deve superare un controllo individuale e attento. A ciascuno viene chiesto di igienizzare le mani con soluzione idroalcolica e a ciascuno forniamo una mascherina chirurgica pulita, che chiediamo di tenere indossata per l’intera permanenza nell’istituto. Non vengono controllati soltanto i pazienti: anche i medici, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, gli impiegati, i volontari, le ditte esterne che ci aiutano nei servizi e nelle manutenzioni. Gli stessi infermieri in servizio al triage hanno superato in precedenza il controllo di un loro collega.

Al triage, l’infermiere accoglie il paziente e gli pone alcune domande per compilare un’autocertificazione, che alla fine il paziente deve sottoscrivere. Nelle ultime due settimane hai avuto sintomi collegabili a Covid-19? Sei sottoposto a misure di isolamento? Hai avuto contatti con casi noti di positività? Sei stato in altre strutture sanitarie? Sei stato all’estero? Non si tratta soltanto di un passaggio formale per scaricare sul paziente la responsabilità di un eventuale contagio, ma al contrario un momento in cui la responsabilità viene condivisa.

La condivisione di un impegno

Al paziente si chiede sincerità e fiducia, perché quel dialogo tutela prima di tutto la sua salute e quella dei suoi familiari. L’infermiere ha le competenze necessarie per valutare le risposte e le condizioni cliniche della persona che si trova davanti. Di fronte al ragionevole dubbio che il paziente possa essere positivo o avere avuto contatti a effettivo rischio, la persona viene accompagnata in uno spazio protetto e la sua situazione viene approfondita da un medico. Se necessario, gli viene praticato un tampone e in questo caso verrà rimandato a casa in attesa dell’esito, in genere disponibile in giornata.

Dissimulare sintomi o nascondere sospetti di contagio, al di là delle conseguenze di natura legale, e si ritorce contro l’interesse stesso del paziente. La sua situazione verrebbe comunque intercettata in seguito, ma a quel punto avrebbe già messo inutilmente a rischio il personale sanitario e gli altri utenti incontrati durante la sua permanenza all’interno dell’Istituto. Possiamo uscire da questa spiacevole congiuntura e limitare i danni soltanto fidandoci gli uni degli altri e collaborando insieme a tenere alta l’attenzione.

Che cosa succede a chi viene fermato al triage

Il timore di perdere un appuntamento o di non poter accedere per tempo alle cure necessarie non deve condizionare la lucidità delle scelte o la sincerità delle risposte fornite all’infermiere del triage. Quando un paziente viene fermato, infatti, il medico responsabile della visita, del servizio o dell’esame diagnostico per cui aveva appuntamento viene tempestivamente avvisato. A quel punto sarà lui stesso a prendere in carico la sua situazione, rivalutandola in base all’urgenza e riprogrammando l’appuntamento appena la condizione del paziente lo rende possibile.

Molti pazienti arrivano da lontano e per loro la prospettiva di essere respinti è ancor più spiacevole. A maggior ragione in questi casi è necessario avere il massimo scrupolo e, in caso di dubbio, contattare l’Istituto in anticipo per valutare la situazione già prima di affrontare il viaggio. Alcune categorie di pazienti vengono esaminate in anticipo. Facciamo il tampone a tutte le persone che devono essere ricoverate, in genere durante le procedure di pre-ricovero che si svolgono nei giorni immediatamente precedenti al ricovero. Sottoponiamo le persone in terapia continuativa (chemioterapia, radioterapia ecc.) a test regolari ogni due settimane, così come del resto avviene per i dipendenti dell’Istituto che hanno contatto con il pubblico. A tutti diamo specifiche indicazioni di comportamento, per ridurre al minimo la possibilità di contagio anche dopo la certificazione di negatività.

A che cosa è servito finora il triage

Uno sforzo gigantesco che è giustificato dai risultati ottenuti fin qui. Abbiamo fermato finora per svolgere maggiori accertamenti circa 3.000 pazienti. Lo scrupolo ci ha portato a fare su 2.200 di questi il tampone molecolare nasofaringeo: 90 sono risultati positivi, 48 di questi sono dipendenti. L’attività del triage del CRO non si ferma alla certificazione: per ogni positivo, oltre alla presa in carico della riprogrammazione degli appuntamenti, viene svolta un’accurata attività di ricostruzione dei contatti, per isolare eventuali altre positività e anticipare la diffusione del contagio nella rete di familiari, conoscenti e colleghi. Un’attività che non si limita all’interesse diretto del CRO, ma aiuta a combattere la pandemia dentro le nostre comunità.

La battaglia è improba e nonostante la preparazione e l’abnegazione delle truppe non sempre si vince. La stragrande maggioranza delle positività è stata riscontrata al di fuori delle mura dell’ospedale. In limitate occasioni, l’indagine sulla positività di un operatore sanitario ha condotto all’identificazione di altre positività all’interno dell’Istituto. È il caso, per esempio, del focolaio che ha interessato la radioterapia del CRO nelle settimane scorse e che è stata prontamente gestito e superato. In nessuno di questi casi, tuttavia, il contagio ha mai messo a rischio i pazienti, che sono stati adeguatamente schermati dall’uso scrupoloso e rinforzato dei dispositivi di protezione individuale prescritti durante visite ed esami.

Insieme possiamo limitare le attese

L’attività di triage è imponente, impegnativa e richiede tempo. È inevitabile che nelle ore di punta capiti di dover attendere, a volte anche a lungo, il proprio turno. Abbiamo imparato molto dall’esperienza di questi mesi e preso molte iniziative per contenere i disagi. Abbiamo allargato gli spazi esterni per renderli più funzionali, allungato le tende a coprire i percorsi di accesso per assicurare riparo dalle intemperie invernali, riscaldato gli ambienti per contrastare il freddo, modificato l’instradamento per migliorare i criteri di accesso, distribuito i turni per assecondare i picchi quotidiani e settimanali. Alcuni volontari del Comune di Aviano, riconoscibili da apposito cartellino identificativo fornito dal CRO, ci aiutano a gestire i flussi, indirizzare le persone e anticipare le esigenze. È anche possibile scaricare per tempo l’autocertificazione dal nostro sito, per facilitarci nella compilazione. Miglioreremo ancora: l’impegno del personale addetto è costante.

Ai pazienti chiediamo di fare la loro parte rispettando scrupolosamente i tempi. Presentarsi con un anticipo superiore ai 20/30 minuti per il timore di fare tardi all’appuntamento, un comportamento ancora troppo frequente, non solo non è necessario, ma genera disagio agli operatori e agli altri pazienti perché altera la distribuzione programmata degli ingressi e affolla inutilmente gli spazi di attesa. Anche nel caso in cui la congestione all’ingresso sia superiore al normale, non è mai accaduto che un paziente perdesse la visita o l’esame per cui si era presentato. L’intera struttura respira al ritmo del triage, riconoscendone l’importanza.

Perché non facciamo entrare gli accompagnatori

Il CRO si è sempre distinto per un’attenzione particolare ai risvolti umani e ai vissuti individuali connessi alla malattia. Non la rinneghiamo certo ora, ma siamo costretti a bilanciarla con il rigore necessario a contenere la fase più acuta dell’epidemia. Comprendiamo l’importanza di essere accompagnati da una persona cara di fronte a un consulto o alla consegna un esito che desta timore. Rispettiamo la vitale importanza del contatto con i familiari nel percorso di cura di un degente. In questo momento, tuttavia, ogni persona che entra nell’ospedale aumenta esponenzialmente il rischio che il virus entri con lei e si propaghi nella struttura con esiti devastanti. Ridurre gli ingressi alle sole esigenze fondamentali è una delle poche armi che abbiamo per preservare la sicurezza di chi al CRO è costretto a entrare.

Questo non significa che abbandoniamo a se stesso il paziente non accompagnato. Nel momento in cui varca la soglia del CRO, viene accolto dai volontari dell’Associazione Insieme, riconoscibili per la divisa azzurra, che lo indirizzano col sorriso e se necessario lo accompagnano a destinazione. Infermieri e operatori sociosanitari fanno la spola tra reparti e ingresso quando la situazione lo richiede. Teniamo sempre in vista il numero di telefono dell’accompagnatore eventualmente in attesa all’esterno dell’edificio e se ne ravvisiamo la necessità lo convochiamo all’interno. Non è mai successo, in tutti questi mesi, che chi avesse bisogno rimanesse da solo. Le uniche eccezioni che possiamo fare sono in caso di pazienti minori, non autosufficienti o in situazione di evidente difficoltà ambientale o linguistica.

Apprezziamo i suggerimenti

Comprendiamo la frustrazione che generiamo, anche se spesso siamo costretti a mascherare la compassione e a ostentare severità. Conosciamo lo sforzo fuori dall’ordinario che chiediamo ai nostri pazienti, perché è anche il nostro. Sosteniamo come voi, più a lungo di voi, il freddo e i disagi dell’inclemenza del tempo. Siamo lì fuori con voi, per voi. Ci piacerebbe ci vedeste come degli alleati, non come dei guardiani. Apprezziamo la collaborazione e siamo aperti alle critiche costruttive, se ci aiutano a migliorare e a illuminare dettagli che potrebbero sfuggirci. Non apprezziamo la prepotenza di chi pensa di ottenere di più alzando la voce e la furbizia di chi prova ad approfittare di una distrazione. Ci piace pensare che questo obiettivo, garantire la sicurezza di tutti nell’interesse di tutti, lo stiamo ottenendo e la continueremo a ottenere insieme.

ultima modifica: 15 dicembre 2020 Commenti / Suggerimenti